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La questione del signoraggio (2)
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albertbac

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italy
MessaggioInviato: 27 Lug 2011 21:24:28    Oggetto:  La questione del signoraggio (2)
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E veniamo, finalmente, ad affrontare la parte più importante del nostro problema. Come sempre, abbiamo bisogno di una valida impostazione. Dai numerosi articoli che il network signoraggio-informazione corretta dedica a questa tematica, e ad altre che vi sono connesse, si estrae la tesi “politica” generale incorporata nell’ideologia di questo Hires: e cioè che tutto è “corretto”, per l’appunto: gli istituti centrali sono enti tecnici guidati da tecnocrati niente affatto antipopolari, non è vero che prendono per il collo lo stato, anzi: distribuiscono magna pars degli utili proprio ai rappresentanti del popolo, e sono proprio costoro i veri colpevoli, che tali cospicui fondi usano al peggio. Le banche commerciali, dal canto loro, poveracce, dalla partecipazione azionaria (forzosa) al capitale della Banca d’Italia ricavano se non costi, almeno spinosi impicci, e la vera responsabilità di tutti i mali che affliggono le società occidentali in via d’impoverimento ricade sugli strati popolari, non in grado di saggiamente scegliere la classe che li deve rappresentare.
Questa, più o meno, la vulgata che prezzolati zerbini e laudatores temporis acti strombazzano ricavandone, direttamente o indirettamente, guadagno.
Che questa vulgata, che pur si ammanta di sofisticata retorica tecnicista, finisca per costruire una fitta ed intricata rete di giustificazioni pseudotecniche ai poteri mondani che dominano la nostra epoca, il denaro e il commercio, non imbarazza né punto né poco questi ignobili esempi di strisciante servaggio: chiunque creda che a questa gentaglia importi qualcosa circa il deprezzamento della moneta, e la caduta del potere d’acquisto dei mezzi di pagamento, è un povero illuso. Le tiritere propagandistiche sull’inflazione hanno un solo scopo: tutelare gli interessi di bottega dei commercianti di denaro e di debito pubblico (banche, grandi compagnie di assicurazione, fondi privati ecc.), affinché non si vedano surrettiziamente svalutati i loro investimenti. L’annosa questione della sovranità monetaria si può capire solo prendendo in considerazione la lezione storica della costante svalutazione del debito pubblico (a mezzo svalutazione della moneta): rischio sempre in agguato per i nullafacenti “investitori internazionali”. Insomma: a questi signori, dei rovelli che affliggono massaie e pensionati nei mercati rionali non frega assolutamente un tubo.
La requisizione della sovranità monetaria in mani private (spiegheremo tra breve, ai “corretti informatori” sul signoraggio, cosa intendiamo per “mani private”) è stato uno dei capisaldi di questa strategia, e ciò è ovviamente funzionale alla gestione dei flussi di denaro dell’economia-mondo; il secondo caposaldo si è concretato negli ultimi anni, con l’introduzione del famigerato euro. L’avvento di questa calamità sciagurata, proprio in conseguenza del fatto che una calamità provoca disastri (e neppure il peggior zerbino schiavo dei potentati internazionali fin nell’ultima molecola dell’anima può trovare il coraggio e l’impudicizia di sostenere, come agli inizi di questo incubo, che grazie all’euro siamo diventati tutti ricchi: nel corso del tempo, questi servi sciocchi hanno intonato tre o quattro solfe sempre diverse ma sempre le stesse, a seconda del momento); siffatta calamità, dicevamo, ha obbligato la platea dei commentatori della stampa e della televisione a costruire un labirinto di specchi composto da una complessiva mitologia, in cui si combinano parole d’ordine prive di valore scientifico, elucubrazioni di quart’ordine di quegli economisti straccioni che sono i cronisti delle pagine economiche di gazzette e telegiornali, e le rituali interviste in ginocchio con i guru della finanza e della macroeconomia. La rete e internet, all’opposto, erano libere praterie in cui gli scorridori del signoraggio e degli attacchi all’establishment internazionale vagavano indisturbati, quasi ebbri della libertà concessa in uno spazio che sembrava una terra di nessuno; e in quest’ebbrezza che gli spazi illimitati e sconfinati suscitano nell’anima si crogiolavano, anziché costruire e organizzare un’azione di resistenza trasbordando fuori dalla virtualità della rete, nella vita pratica, i contenuti della propria riflessione. Il contenuto razionale di una riflessione politica ha senso solo se si realizzain programma politico; quindi, qualora ne ricorrano le cause, in istituzione. Invece, questi scorridori della prateria autoreferenziale della rete, si sono lasciati soggiogare da questo strumento, e hanno rinserrato in esso tutti i loro sforzi e le loro tensioni: purtroppo, questi sforzi e tensioni non hanno nemmeno contribuito a dare forma e vitalità ad una teoria generale del signoraggio, giacché la lacunosa preparazione scientifica di molti di essi non ha neppur consentito di raggiungere questo traguardo minimo.
Invece, è accaduto l’inverso: gli zerbini prezzolati come quelli di signoraggio-informazione corretta, al soldo dei banchieri, sono sbarcati nella rete, e hanno invaso una piccola nicchia della prateria un dì sconfinata, impossessandosene. Da qui, orchestrano le loro campagne di disinformazione, ed è probabile che alla lunga, in assenza di una riorganizzazione della propria attività, la presa dei siti di critica al signoraggio sia destinata a sgretolarsi strada facendo. Il motivo di questa invasione è facilmente individuabile nel duplice scopo di attaccare teorie comunque pericolose e destabilizzanti per un secolare sistema di potere; rinserrare la polemica sul signoraggio nell’autoreferenziale prateria internettiana, senza strombazzarla sui mezzi di comunicazione tradizionali, dove deve continuare a rimanere sconosciuta. Questo la dice lunga sul rancoroso astio mostrato dai corretti informatori a proposito della sgangherata iniziativa dello sgangheratissimo parlamentare Di Pietro: a ben vedere, s’è trattato di poco più d’una velleitaria presa di posizione avente l’unico scopo di intercettare moti di scontento presenti sul web e nei circoli chiusi della destra estrema, e consolidare la fama di Di Pietro referente dei conati anti-sistema: eppure, i corretti informatori si sono lasciati andare a deliranti prosopopee a base delle parole d’ordine meglio acconce all’evento: quelle dei “cittadini” che pagano, con le loro tasse, gli inutili sprechi di tempo di un onorevole ignorantello e male informato. (In realtà, il parlamento ormai si giustifica solo con motivi contingenti: la politica si fa altrove, e questo è uno dei molti effetti del bipolarismo.)
Ma qui, di sgangherato, vi sono soprattutto le approssimative mitologie sulla “neutralità” degli istituti di emissione, come pure il “beneficio” ricavato dall’adesione alla moneta unica di stati con finanza pubblica debole (e l’Italia ben si rappresenta sotto questo titolo): una mitologia che è filtrata nei meccanismi mentali dell’opinione pubblica, e viene ripetuta a pappagallo, ma con aria di saccente intelligenza, dagli schiavi patentati che compongono il fu popolo italiano. Quando si ritrovano le formule dell’inganno da azzeccagarbugli in bocca a tanti potenziali Renzo, allora la situazione può ben dirsi compromessa.
Da quest’ultima considerazione posta a chiusa del cappello introduttivo, discendono due questioni maggiori (oltre a un ventaglio di minori, sulle quali sarà bene sorvolare, però): la prima riguarda una corretta e più realistica riformulazione del concetto di “pubblico”, o “cosa pubblica”, e quindi una riforma del concetto di stato; la seconda, connessa alla prima, è l’eterno problema del “che fare?”.
Riguardo alla prima questione, la mia tesi è la seguente: il ceto dei percettori di tributi del blocco occidentale ha subito una mutazione storica decisiva, direi anche “finale”. Esso ha volontariamente trasformato sé stesso in un ente autoreferenziale, del tutto scollegato dalla comune provenienza con le masse dei sudditi. Non si tratta, com’è naturale, di una trasformazione accidentale e dovuta alla perversione di un qualche genio del male; siamo al cospetto, invece, di un processo storico guidato dalle esigenze sistemiche dell’accumulazione del capitale: il modo di governo capitalistico, che vige specialmente in Europa – priva com’è, quest’ultima, non solo di capacità, ma della stessa legittimità a perseguire disegni territorialisti, se non come aggregato del più ampio blocco atlantico – ha impresso nel tempo la sua propria forma a tutto quello che possiamo comprendere nella formula “pubblica amministrazione”. Siamo al cospetto di una privatizzazione di fatto dello stato. La concezione privatistica dello stato era tipica dell’Italia settentrionale fin dall’inizio della modernità, nel quattordicesimo secolo, come dimostrato da insigni studiosi (Lane, Martines, Arrighi). Venezia ne rappresentava, secondo la definizione di Arrighi, il “modello idealtipico”.
Dunque, il cammino storico verso la riscoperta del concetto di cosa pubblica, sfociato nei movimenti di risorgimento nazionale è stato dimenticato e cancellato. Le istituzioni dello stato sono nelle mani di un comitato d’affari borghese incaricato della gestione e dell’assegnazione in quote della spesa pubblica, ma il consiglio d’amministrazione è altrove. Lo stato è morto, ma i burocrati di fatto privatizzati (ogni riferimento a Equitalia-Gerit è voluto) sono vivi e vegeti.
È interessante riportare un brano come questo: “In un’ora in cui la nazione crolla e, secondo ogni evidenza, sta per essere vittima di una grave compressione, in grazia dell’opera di pochi miserabili, l’adempimento del dovere, l’obbedienza prestata a questi miserabili significano solo un formalismo dottrinario, una pura follia. Viceversa, il rifiuto dell’adempimento del dovere e dell’obbedienza a costoro può salvare una nazione dal tramonto”. Questo brano è tratto da Mein Kampf, capitolo IX. Lo ritengo un passo decisivo, giacché stabilisce princìpi in nuce di una ermeneutica della cosa pubblica e dello stato, tra cui una critica serrata e realistica del concetto di legalità. La legalità è una forma transeunte del monopolio della violenza dello stato che esprime in concetti astratti un determinato insieme di rapporti di potere. Poco oltre, l’autore di queste righe aggiunge: “Con la fondazione del nostro partito comparve per la prima volta alla luce un movimento il cui scopo non era, come per i partiti borghesi, una meccanica restaurazione del passato, ma la sostituzione di un organico Stato nazionale al presente assurdo meccanismo statale”.
E dunque: una concezione “organica” dello stato, connesso con il genio del popolo che gli ha dato vita, di contro al meccanismo autoreferenziale e classista che è l’unico contributo che la borghesia ha offerto alla storia politica. Tutto ciò ha un solo significato, che ne compendia altri cento: dimenticare e abbandonare la concezione liberale dello stato, aggredire e abbattere feticci come il contratto sociale e, in definitiva, l’idea prettamente borghese che sia l’individuo la fonte della soggettività giuridica, l’universale incondizionato dei princìpi del diritto privato (e, a cascata, di quello pubblico: nell’ordinamento giuridico borghese, è fatale che il diritto pubblico si subordini a quello privato). Svilupperemo in
questo specifico tema.
Riguardo alla seconda parte delle considerazioni svolte in questo intervento, arriviamo ad affrontare il nucleo centrale del problema del signoraggio: che non è tecnico-bancario, bensì sovranamente politico. Partiremo da una constatazione, che è la stessa che indirizzò il profondissimo pensiero di Carl Schmitt nella sua Teoria del partigiano: essa è mascherata dietro un ingegnosa e preveggente pensiero di Napoleone: “Occorre operare da partigiani, ovunque vi siamo partigiani”. (Sia ben chiaro che le righe che seguiranno non rappresentano un panegirico dei partigiani italiani attivi nel corso della Resistenza: se oggi ci troviamo alle prese con il signoraggio e con l’euro, lo dobbiamo anche a loro. La storia non gliene renderà merito.)
La guerra partigiana è una guerra di guerriglia, e nel nostro caso presenta due caratteristiche che la rendono interessante: da un lato, è una guerra puramente difensiva; dall’altro, afferma categorie di guerra spinte all’estremo: dal momento che il partigiano (o guerrigiliero) lotta per la sopravvivenza muovendo da condizioni di marcata inferiorità materiale, la categoria ideale che entra in azione nella contesa bellica partigiana è quella dello hostis, cioè il “nemico pubblico”. Qui c’è il punto di contatto con la prima considerazione che abbiamo svolto a proposito della mutazione del concetto di cosa pubblica: tutte le parti che hanno favorito questo processo traendone indebito vantaggio sono i nemici del popolo; nel linguaggio di Schmitt, sono hostes. Questi hostes vanno dalla prima istituzione dell’agglomerato statuale borghese che sta opprimendo il popolo all’ultimo dei funzionari dell’amministrazione pubblica, passando per i commessi del Senato, per i sindaci delle giunte rosso vivo o pallido, i faccendieri del commercio illecito di ricchezza e i funzionari dell’agenzia delle entrate. E arrivando fino ai tirapiedi prezzolati dei corretti informatori sul signoraggio. Ora, l’unico modo di regolare i conti con questa sterminata platea di hostes non può essere che quello di annientarli. Questo è quanto devono mandare a memoria i critici del signoraggio che dialetticamente hanno sempre la peggio contro la combinazione di pensiero mitologico e tecnicismo infingardo dei corretti informatori.
Ma come si giustifica, però, una guerra di annientamento? Dobbiamo tornare, per risolvere l’enigma, a Carl Schmitt e alla Teoria del partigiano. Questo volumetto, denso di concetti e di fatti, fu pubblicato nel 1962 come appendice alle Categorie del Politico: come mai il più grande studioso del diritto pubblico trovò giusto interessarsi di una forma tanto anomala di conflitto? Probabilmente, egli era giunto a intuire già prima di Nolte che dopo la seconda guerra mondiale, assicurata l’Europa occidentale al ferreo ordine postbellico imposto dagli Stati Uniti, le contraddizioni si sarebbero sviluppate sotto le sembianze di guerre civili condotte con metodi partigiani, ossia di guerriglia. Le lotte sindacali e il terrorismo, le manovre occulte e la strategia della tensione: tutto questo invera al massimo grado il giudizio di Napoleone. Nell’incrociarsi degli agguati e degli attentati che le fazioni contrapposte si scagliano contro, si annida la verità della guerriglia delle società nazionali in disfacimento: questa corsa verso l’assolutizzazione degli scontri è possibile perché, dietro le quinte, agisce lo hostis, il nemico pubblico. E il nemico pubblico è il nemico del popolo.
Il ceto dei percettori di tributi, in combutta con i circoli finanziari internazionali, sta seviziando le masse popolari autoctone a base di crisi finanziaria, costo del denaro alle stelle, esproprio dei beni immobili debito pubblico e immigrazione delle più fetide larve presenti sul pianeta: questi sono gli hostes. Il signoraggio e la mancata sovranità sulla moneta, quindi sul potere d’acquisto nazionale, sono parte di questa congiura degli hostes. Nel momento in cui il ceto dei percettori di tributi non rappresenta più gli interessi di queste masse, mostra con il suo agire di non essere più organicamente legato ad esse, ma di essersi trasformato in un consiglio d’amministrazione di potentati sopranazionali il cui scopo è impedire la corretta riproduzione del patrimonio genetico della stirpe, allora il patto è rotto, e la guerra di annientamento è non solo giustificata, ma pienamente legittima, giacché si tratta di una guerra di resistenza ai nemici non solo del popolo, ma del ceppo etnico autoctono.
Una guerra del genere si mostrerà esteriormente con una veste “irregolare”, giacché a combatterla non saranno eserciti regolari che agiscono all’interno di un quadro normativo accettato da tutte le parti (quello che, secondo Schmitt, si era cristallizzato nello jus publicum Aeuropeum); questo jus publicum, infatti, è lo storico prodotto degli accordi trasversali tra le case reali europee, avente lo scopo di scongiurare guerre distruttive dell’economia-mondo, e di conseguenza delle entrate di chi vive nel lusso e nella crapula grazie all’imposizione fiscale. Ma, come già avvertiva Schmitt, lo jus publicum Aeuropeum è morto, e quel che ne è disceso è la conversione del ceto dei percettori di tributi al sottorango di custodi dei saggi di rendimento del capitale finanziario internazionale e di un’architettura monetaria e creditizia pensata apposta per traghettare il pianeta nella nuova era del mondialismo. Alle masse popolari autoctone dell’Europa è stata perciò dichiarata, nel 45, una guerra: e alla guerra che i rentiers sopranazionali hanno intrapreso contro i popoli europei autoctoni non si può rispondere che con la guerriglia e con il terrore. Infatti (è ancora Carl Schmitt che ci viene in aiuto), “colui che è stato privato di ogni diritto cerca il suo diritto nell’imicizia. In essa egli trova il senso del suo agire e il senso del diritto, dopo che si è rotto il guscio di protezione e di ubbidienza all’interno del quale aveva abitato fino a quel momento, dopo che si è dilacerato quel tessuto normativo della legalità dal quale poteva aspettarsi diritto e protezione giuridica. È allora che il gioco convenzionale cessa” (Carl Schmitt, op. cit., p. 126, corsivo mio). Questa è la fondazione logica della guerra partigiana contro le élites sopranazionali e i loro cani da guardia, i sostenitori e laudatori dell’attuale sistema monetario e creditizio che si sono chiaramente schierati contro i ceppi etnici autoctoni continentali.
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MessaggioInviato: 27 Lug 2011 21:24:28    Oggetto: Adv






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